Commemorazione di padre Policarpo Narciso Crosara
Sabato 11 ottobre 2025 a Montecchio Maggiore (VI)

Narciso Alvise Crosara, figlio di Domenico e di Elisa Campanaro, nacque il 14 gennaio 1907, in contrada Tezza del Cereo sulle colline di Piana (nel comune di Valdagno).
Sono gli anni dell’emigrazione e dell’abbandono delle montagne e anche il padre di Narciso fu costretto ad abbandonare la contrada per cercare migliori condizioni di vita e terreni più fertili verso la pianura e per questo si trasferì con la famiglia a Campedello, ai piedi dei Colli Berici in comune di Vicenza.
All’età di dodici anni, Narciso entra nel seminario del convento di Verona dove frequenta le cinque classi del ginnasio, successivamente frequenta il liceo classico a Thiene e, dopo aver concluso gli studi teologici a Venezia, viene ordinato sacerdote Francescano Cappuccino il 2 febbraio 1930.
Narciso Crosara diventa così Padre Policarpo da Valdagno e svolge la sua missione spostandosi, con vari incarichi, nei conventi del Veneto, del Friuli e dell’Istria.
All’inizio del 1942 è arruolato come cappellano militare nel Battaglione “Tirano”, 5° Reggimento, IIª Divisione Alpina Tridentina. Il 21 luglio, il Battaglione “Tirano, parte da Rivoli (TO) per il fronte russo su uno dei 210 treni che trasportano le divisioni alpine Tridentina, Julia e Cuneense e gli altri reparti dell’A.R.M.I.R. in tutto 230.000 uomini, quadrupedi, cannoni ed automezzi. Per 79.789 soldati italiani non ci sarà più ritorno.
Dopo aver raggiunto la prima linea sul fiume Don, padre Policarpo comprende subito la gravità della situazione, i combattimenti si intensificano ma lui è sempre presente nelle postazioni più avanzate per portare il suo incoraggiamento e l’assistenza spirituale. La pietà cristiana per i caduti lo vede impegnato in rischiose azioni notturne sotto il fuoco delle pattuglie nemiche. Per queste azioni e per il suo comportamento in prima linea gli vengono conferite due ricompense al valor militare.
La sua missione non era rivolta solamente ai soldati, ai feriti ed ai caduti, ma riuscì ad ottenere anche la fiducia dei pochi civili russi, per la maggior parte vecchi, donne e bambini, rimasti nei paesi a ridosso del fronte, vicino alle isbe abbattute dai bombardamenti. In questo contesto ha inizio la storia della Madonna del Don che tanto conforto darà nel dopoguerra alle famiglie degli alpini caduti o dispersi.
Padre Policarpo, nelle sue memorie, racconta di una vecchietta che, come segno di riconoscenza per il bene che faceva a quella gente, lo invitò a seguirla per donargli una icona abbandonata nella sua isba distrutta dai bombardamenti.
Lui prese l’icona e la conservò nella sua isba, ancora risparmiata dalla guerra, che ben presto divenne una chiesa dove venivano celebrate le funzioni religiose per i militari insediati nella sacca del Don e dove la venerata icona ebbe il suo primo altare in prima linea. Vi rimase finché cominciarono a giungere al comando di Battaglione notizie preoccupanti sull’andamento della guerra. Una mattina, un Alpino che si apprestava a ritornare in Italia al capezzale della madre malata passa a salutare il padre che in un attimo lo fece entrare, staccò dalla parete di terra la sacra icona e gliela consegnò dicendogli: “ Ti manda la Provvidenza! Portala a mia madre. Tu hai la fortuna di tornare in Italia, noi non usciremo da questo inferno. Dille che la custodisca per tutte quelle povere mamme che non vedranno il nostro ritorno: così almeno sarà loro di conforto perché davanti a lei hanno pregato i loro figlioli”.
La icona dipinta sul legno rappresenta la Madonna Addolorata con il cuore trafitto da sette spade e ai due lati dell’aureola le lettere greche dorate quale abbreviazione delle parole: Madre del figlio di Dio.
Tornato dalla Russia, Padre Policarpo viene ricoverato all’ospedale militare di Gemona del Friuli per curare il congelamento e la ferita alla gamba sinistra ma ben presto ritorna al suo Battaglione nella sede di Merano.
All’indomani dell’8 settembre del 1943, appresa la notizia della resa italiana e delle successive voci di treni che trasportavano i prigionieri italiani, stipati nei carri bestiame piombati, verso il Brennero e Tarvisio - tra i quali anche gli alpini del Battaglione “Tirano” - Padre Policarpo non esita e tenta di salire sul primo treno in transito nella stazione di Padova per raggiungere i suoi soldati e continuare la sua missione spirituale ed umanitaria. Al secondo tentativo, riesce a salire su un convoglio di prigionieri e raggiunge il campo di concentramento di Kuestrin in Polonia (26 settembre 1943).
L’8 maggio 1945, la Germania si arrende, nel frattempo il campo era stato liberato dall’Armata Rossa e centinaia di migliaia di prigionieri presero con ogni mezzo la difficile via del ritorno a casa ed ancora una volta Padre Policarpo si ferma a Wietzendorf fino all’inizio di settembre per assistere i soldati italiani in transito.
Il ritorno alla normalità sarà difficile per una guerra perduta e una guerra civile che ha lasciato una scia di odio e di vendette. Padre Policarpo sa che deve aiutare chi a causa della guerra si trova in difficoltà, ma sa anche che bisogna ricostruire un clima di pace di perdono.
Il 15 settembre 1954, festa della Addolorata, l’icona della Vergine viene esposta e portata in solenne processione a Pasian di Prato alla periferia di Udine, incomincia così la devozione verso la sacra immagine che la gente da subito chiama Madonna del Don.
Nel 1956, viene mandato nelle Marche e qui gli nacque l’idea di dare alla missione il carattere di una "Peregrinatio Mariae", portando per quei paesi la Madonna del Don. I risultati furono sorprendenti e quella che lui definì “Crociata dell’amore e del perdono” tra il 1954 e il 1966 raggiunse ben 80 tra città e paesi della Lombardia, del Veneto, del Friuli, dell’Emilia, delle Marche e del’Umbria per promuovere la pace in quei tempi di guerra fredda.
Dal 29 maggio del 1966 la Madonna del Don è custodita nella nuova chiesa dei frati Cappuccini a Mestre abbellita da una cornice d’oro e d’argento realizzata grazie alle offerte delle mamme, delle spose e degli orfani. L’altare, impreziosito da sette lampade d’argento e da due tripodi donati dalle unità delle divisioni alpine che hanno combattuto in tutti i fronti.
Padre Policarpo morirà nel convento di Conegliano il 5 ottobre 1989 e venne sepolto a Montecchio Maggiore (VI), dove risiedeva la famiglia della sorella.
Ogni anno a partire dal 1974 le Sezioni dell’Associazione Nazionale Alpini donano l’olio per alimentare le lampade votive e solo dopo la sua morte (nel mese di ottobre) la manifestazione si divide in due momenti: il sabato con l’omaggio alla tomba di padre Policarpo a Montecchio Maggiore e la domenica a Mestre, con la cerimonia dell’offerta dell’olio votivo.
(Informazioni ricavate dall'opuscolo "PADRE POLICARPO CROSARA da Valdagno" di Franco Rasia)
Note sulla manifestazione

In una tiepida mattinata autunnale, presso il cimitero di Montecchio Maggiore, è stato reso omaggio alla tomba di Padre Policarpo Crosara.
Gli Alpini, tutti raccolti attorno al sepolcro, in un simbolico abbraccio a un fratello buono e generoso.
Un ringraziamento particolare al capogruppo, Roberto Trapula e a tutti gli Alpini del Gruppo di Montecchio Maggiore che organizzano ormai da anni questo evento che pur nella semplicità e brevità esecutiva, racchiude ed esprime uno dei principii fondamentali della nostra Associazione: …“per non dimenticare”.
Non dimenticare chi era Padre Policarpo Narciso Crosara, cosa ha fatto per gli Alpini durante la tragica campagna di Russia e non dimenticare il suo messaggio di fratellanza attraverso la devozione di un icona che rappresenta una Vergine addolorata che è simbolo di pace.
Una pace che oggi come allora, purtroppo, in quella terra (e non solo in quella) ancora non c’è.
Un pensiero di affetto e gratitudine a Padre Policarpo per la sua opera umanitaria svolta durante e dopo il secondo conflitto mondiale, lui che oltre a cappellano della Sezione e Reduce di Russia amava definirsi…asinello della Madonna… nella sua pura ed angelica bontà e fede religiosa.







